martedì 9 gennaio 2018

Il fardello dell'uomo bianconero

16 maggio 2014

Prima di iniziare la lettura, vi prego di accettare le mie scuse. Devo confessare, infatti, una grave colpa: sono un inguaribile, rancoroso, orgoglioso e – lo ammetto – altezzoso tifoso della Juventus. E proprio sulla Juventus ho deciso, più che altro per sfizio, di scrivere in settimana alcune righe. Vi troverete, com'è ovvio, un po' di sana polemica; ma, essendo il calcio pur sempre un gioco, mi auguro (mi illudo?) che nessuno se ne abbia a male, anche se prevedo che molti di voi storceranno il naso all'idea che io abbia voluto sacrificare un numero della mia rubrica per parlare di un argomento così frivolo. Che dirvi? Avete ragione, ma abbiate pazienza: non lo farò più, promesso.
Forse giusto pochi juventini puri apprezzeranno l'iniziativa, ma ho comunque il sospetto che faranno finta di niente, come avessero qualcosa di cui vergognarsi. Noi bianconeri siamo così: schivi, per lo più alieni da tutto il clamore strombazzato che circonda il mondo del pallone. Spesso guardiamo la partita in silenzio o in solitudine, e ci teniamo tutto dentro, allergici come siamo alle sterili polemiche da osteria. Se assistiamo ad un incontro in un bar affollato, vogliamo imporci di non inveire contro l'arbitro, di non insultare l'avversario: e soffriamo in un angolo, sorseggiando nervosamente la nostra birra media. Il vero tifoso juventino dovrebbe essere, a ben vedere, incompatibile con l'italianità del calcio nostrano, dal momento che la cultura dell'alibi e del sospetto, la strategia del «metto le mani avanti, ché non si sa mai» – così tipicamente e tristemente italiane – sono, nella maggior parte dei casi, a lui estranee. Un paese come il nostro – con i suoi stadi ricettacolo di violenti e le sue trasmissioni che mettono in scena patetici grilli parlanti, profumatamente pagati per alimentare assurde polemiche – è, spiace dirlo, inconciliabile con l'essenza dell'orgoglio bianconero.
Scrivo queste considerazioni, non a caso, al termine di una stagione agonistica esaltante. Domenica scorsa, 4 maggio 2014, in virtù dell'inaspettata sconfitta della Roma (seconda in classifica) a Catania (fanalino di coda), la Juventus allenata da Antonio Conte si è laureata campione d'Italia senza nemmeno dover scendere in campo, avendo mantenuto inalterato il vantaggio di otto punti sui capitolini con sole due giornate di campionato da disputare per questi ultimi. Per Buffon e compagni si tratta del terzo scudetto consecutivo, il trentaduesimo nella storia della società torinese, anche se in Federcalcio una folta schiera di dirigenti armati di calcolatrici nerazzurre difettose si ostina a contarne due di meno.
Non è però delle passate polemiche che voglio discutere (anche se, per chi avesse desiderio di approfondirle, mi permetto di segnalare l'indirizzo internet http://www.ju29ro.com/: si tratta di un sito ovviamente di parte, ma che ospita, in termini assolutamente civili e rispettosi, seppur talvolta inevitabilmente polemici, articoli ben scritti – il che, fidatevi, è piuttosto raro quando si accostano calcio e web –, inchieste, dibattiti e persino severe critiche rivolte contro la stessa società Juventus). Oggi, a una settimana dalla conquista del tricolore, vorrei soffermarmi solo sulla stagione che sta volgendo al termine, quella dei record come molti la definiscono. Una stagione, per intendersi, nella quale la Juve ha finora conquistato 96 dei 108 punti disponibili, vincendo tutte le partite casalinghe e incappando in sole due sconfitte e in tre pareggi. Che dire? Una marcia trionfale difficilmente giustificabile con gli aiutini denunciati da Totti (casomai, sarebbero serviti ripetuti aiutoni). Semplicemente, la Juve di quest'anno è stata troppo più forte di una concorrenza che (a parte la Roma, comunque distanziata, oggi, di undici lunghezze) non si è mostrata per nulla all'altezza. Basti dire, giusto per dare qualche numero, che l'ambizioso Napoli del re dei cinepanettoni De Laurentiis (ovvero la società che più ha investito nel mercato estivo) si trova attualmente a 24 punti di distacco; e che le blasonate milanesi viaggiano con l'imbarazzante ritardo rispettivamente di 39 (Inter) e 42 (Milan) lunghezze. A voler essere chiari, per scavare questa voragine si potrebbero, per assurdo, enumerare 8 (Napoli), 13 (Inter) e 14 (Milan) partite nelle quali la Juventus ha fatto bottino pieno e i tre summenzionati avversari non hanno racimolato nemmeno un punto. Quanto alla Roma, cui va riconosciuto il merito di avere disputato un campionato esaltante, ci si accontenti di ricordare il roboante risultato di 3-0 – in favore degli uomini di Conte, s'intende – dello scontro diretto: una gara perfetta, che la Juve ha strameritato di vincere. Punto.
Ora, se vivessimo in un paese normale, ci sarebbe ben poco da aggiungere. Complimenti alla squadra più forte, e arrivederci all'anno prossimo per la rivincita. Ma che l'Italia non sia un paese normale lo sanno anche i sassi, e dunque non c'è da stupirsi più di tanto se un trionfo che ha costretto gli avversari a una resa senza condizioni è stato in più occasioni messo in discussione da solerti giornalisti difensori delle cause perse. Mi spiego, anche se immagino abbiate già capito. In Italia – direi da sempre, e di sicuro da quando sono al mondo – dopo ogni vittoria della Juve ha inizio il patetico teatrino degli sconfitti, i quali devono necessariamente trovare una motivazione alternativa alla legge del più forte sul campo per giustificare la sconfitta della loro squadra del cuore. È una prassi consolidata: l'arbitro fischia la fine della partita, e subito si scatenano i moviolisti per svelare all'impaziente pubblico allergico al bianconero presunti rigori dati o non dati, falli, fuorigioco, proteste, parolacce e scaccolate di naso. Di solito, nelle partite di cartello in prima serata è l'imparzialissimo Beppe Bergomi ad indicare la retta via ai commentatori con il suo immancabile «Lo voglio rivedere, Fabio!», dove il buon Fabio è il pacato e mai sopra le righe Caressa (telecronista di fede romanista) e la cosa da rivedere è, ovviamente, una qualsiasi decisione (o mancata decisione) arbitrale in favore della Juventus. Il senso è chiaro: sbagliare pro-Juve è il più grave errore che un fischietto possa commettere.
Ma magari fosse tutto qui. Dopo novanta minuti di Inter, Milan, Roma, Napoli channel (a seconda dell'avversario di turno), tocca sorbirsi l'immancabile filippica di allenatori e tesserati vari. Partono le immagini, e non importa che magari si siano beccate tre pere: «C'era un rigore», «Era fuorigioco», «Era fallo». Ricordo due partite, tra le tante. La prima è Juve-Napoli, 3-0 l'impietoso risultato finale. L'esperto (di cosa, poi, non è dato sapere) Mario Sconcerti intervista Antonio Conte nel dopogara. Prima domanda, che fa infuriare il mister: «Come sarebbe stata la partita senza l'iniziale errore del guardalinee?». Oggetto della contesa, un offside – precisano subito dallo studio – di 21 cm sul goal di Llorente. Si noti, non di una ventina: di ventuno, esatti. Come abbiano fatto a non vederli, quei 21, lunghissimi centimetri, è un mistero. Roba da matti!
La seconda partita è Sassuolo-Juve, terminata 1-3. Nel primo tempo, vantaggio neroverde con Zaza e pareggio di Tevez. Peccato però, piagnucola coach Di Francesco dopo il fischio finale, che l'argentino della Juventus abbia segnato sfruttando una punizione battuta da Pirlo non nel punto corretto. Un errore imperdonabile dell'arbitro, visto che si era solo a quaranta metri dalla porta di Pegolo! E come dare torto al mister del Sassuolo: è stato quel pareggio immeritato la causa del dominio bianconero nella seconda frazione di gara. Se Buffon ha potuto assistere alla ripresa come uno spettatore non pagante la colpa è tutta del regista della nazionale e della sua imperdonabile scorrettezza.
Gli esempi potrebbero continuare (mi vengono in mente le parole di Mario Giordano al termine del derby della Mole: in quell'occasione il giornalista tifoso granata – evidentemente in possesso di prove certe che avrebbe il dovere di rendere pubbliche – giunse a dire che la partita era stata decisa da un arbitro che «vede e volutamente ed in malafede decide di non intervenire»), ma forse è meglio fermarsi. Il punto è che in questo paese si parla in continuazione di meritocrazia, ma quando ad essere meritevole è un nostro avversario (o semplicemente una persona diversa da noi), in qualunque campo, facciamo un'enorme fatica a riconoscere, levandoci il cappello, i suoi successi. Quanto poi ai nostri fallimenti, siamo davvero ridicoli: se non superiamo un esame è sempre colpa del professore che ci ha preso in antipatia; se non vinciamo un concorso è perché era truccato; se perdiamo le elezioni è per i brogli. E se la Juve trionfa è perché è potente e ruba. Lo sanno tutti, persino i bambini. Addirittura, se la Juve vince è anche perché gli avversari si impegnano poco. Parola del mister giallorosso Rudi Garcia.
In Italia, quando si perde, è tutto un complotto o una mafia. Per carità, di cose che non vanno ce ne sono parecchie. Ma, guarda caso, quando un esame o un concorso lo si supera è sempre perché si è studiato; quando si vincono le elezioni è sempre per volontà dei cittadini. In questo lo sport è una metafora della vita: per imparare a vincere, bisogna prima saper perdere. Dubito però che la Juve potrà mai liberarsi da questo accerchiamento: è la squadra più odiata perché vince troppo. È il nemico, non l'avversario (e quindi ben vengano le sassaiole contro il pullman che trasporta i giocatori, le devastazioni del settore ospiti dello Stadium, gli insulti e i piagnistei degli addetti ai lavori). La Vecchia Signora, per citare Buffon, «è l'alibi di chi non vince mai», un comodo pretesto per giustificare gli insuccessi. Inutile illudersi: sarà sempre così. A meno che il presidente Agnelli non decida, in futuro, di iscrivere la sua squadra alla Premier League.