giovedì 11 gennaio 2018

VANNI FERRARA


Una giovane turista viene trovata morta nella pineta di Volano. Sul suo corpo solo un graffio che ricorda quello di un piccolo felino. 
Il capitano Manuel Costa, trasferito a dirigere la Stazione dei Carabinieri di Comacchio dopo essere stato ferito in azione, è chiamato a risolvere il caso, che si rivela più complicato del previsto. Non solo l’assassino non ha lasciato nessuna traccia, ma nel sangue della vittima viene trovato un veleno piuttosto inusuale: la neurotossina del pesce palla. 
A mano a mano che le indagini procedono, emergerà un legame con un duplice omicidio irrisolto avvenuto cinque anni prima e nomi di insospettabili: un ricco imprenditore morto per overdose, una misteriosa donna bionda, un senzatetto e un sacerdote senza scrupoli. 
Un giallo senza esclusione di colpi nell’estate della movida della Riviera Adriatica.


VANNI FERRARA
IL GRAFFIO DEL GATTO

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«Pronto, Comando dei Carabinieri di Comacchio…»
La voce dall’altro capo del filo era tra il concitato e lo sconvolto. L’appuntato Balboni si fece ripetere due volte il motivo della chiamata. Mentre il suo interlocutore parlava, lanciò uno sguardo all’orologio appeso al muro: le 15.30. Le 15.30 del 17 luglio. Fuori c’erano più di 35 gradi. Un pessimo giorno per morire. Sospirò.
«Va bene, arriviamo subito.»
Riagganciò. Poi, velocemente, compose l’interno del suo superiore, il capitano Manuel Costa. 
«Pare abbiano ritrovato il cadavere di una giovane donna nella pineta del Lido di Volano.»
Costa si fece dare dal collega qualche dettaglio in più. Balboni ripeté quello che ricordava dalla telefonata ricevuta poco prima. Prese qualche appunto veloce, poi chiamò nel suo ufficio il tenente Martini, il brigadiere Maestri e il maresciallo Baraldi. 
«Ci hanno segnalato la presenza di un cadavere nella pineta del Lido di Volano. Andiamo a vedere di che cosa si tratta.»
Chiese ai colleghi di precederlo. Li avrebbe raggiunti dopo pochi minuti, giusto il tempo di archiviare il file a cui stava lavorando al computer. Prima di chiudere il terminale, si soffermò sul salvaschermo. Era una foto che lo ritraeva con alcuni colleghi quando faceva parte del GIS, il nucleo delle Forze Speciali dell’Arma dei Carabinieri. Ripensò a quel giorno, a quel maledetto giorno in cui, durante un conflitto a fuoco, era rimasto gravemente ferito. Nella sua mente ritornarono il dolore, quella dannata sensazione di impotenza… poi, il buio. Era rimasto una settimana tra la vita e la morte. Coma indotto, lo chiamavano. Poi, piano piano, era riemerso dagli inferi. Dopo una lunga riabilitazione, aveva ripreso a camminare e a lavorare. Come souvenir di quel giorno fatale, gli era rimasta una leggera zoppia, che gli aveva impedito, tuttavia, di essere impiegato di nuovo in ruoli di azione. Da Palermo, era stato quindi trasferito a Comacchio a dirigere il locale Comando dei Carabinieri. Forse, pensavano di fargli un favore. A lui, invece, quel ruolo di “capostazione” stava decisamente stretto. Scacciò i ricordi e i pensieri. Non serviva a nulla rinvangare il passato. Quel che era successo non si poteva cancellare. Ora, in una cittadina tranquilla e afosa, dove non succedeva mai niente, a parte qualche furto o atto di vandalismo, c’era un cadavere. Raggiunse i colleghi e partirono alla volta della pineta di Volano a sirene spiegate.